La mia racchetta mi odia. Ormai è acclarato. E ha ragione. Sì, perché in barba ai buoni propositi di inizio anno (vedi quello di non gettarla a terra), non riesco quasi mai a trattenere l’ira e finisco così per fare di lei la vittima dei miei sfoghi di tennista frustrato e incapace di esprimersi con una continuità degna di questa nome.

Non che la cosa in sé sia per me nuova. Persona tendenzialmente calma lontano dai campi, quando gioco a tennis tendo a subire trasformazioni cerebrali che mi fanno diventare incapace di controllarmi, pur sempre – almeno quello – solo nella mia metà del campo.

Così, nella mia ormai trentennale carriera di dilettante, di racchette ne ho rotte diverse per scatti di rabbia, alcune anche sfortunatamente. Ad esempio, ricordo benissimo durante una giornata ventosa (prendete un lanternino: forse riuscirete a trovare un tennista che ami il vento) un lancio ‘delicato’ della mia vecchia Dunlop Max 200G verso la rete di recinzione. Voleva essere una cosa ‘light’, un lieve, controllato scarico nervoso. Invece il volo del mio attrezzo finì con involontaria quanto chirurgica precisione su uno dei paletti di sostegno, con conseguente ‘crack’ all’altezza del manico per la racchetta e rischio di ‘crack’ al cuore del mio amico/avversario piegato in due dalle risate.

Fin qui, dunque, niente di nuovo. Senonché la mia ultima racchetta (Wilson Blade d’annata con incordatura 18×20: l’ho detto che amo la precisione, anche involontaria…) pare si stia ribellando al suo fato e, trasformandosi perfino in vendicatrice delle sue sorelle da me distrutte, mi sta restituendo pan per focaccia.

Come? Due settimane fa, all’ennesimo dritto finito a ‘donne di facili costumi’, la scaglio per terra, dimenticandomi le regole basilari di ogni tennista irascibile: se la tiri forte per romperla, tirala di profilo, se vuoi solo sfogarti senza fare danni tirala con il piatto corde parallelo al terreno. In ogni caso, tirala lontano da te. Ecco, lanciandola invece vicino, uno strano rimbalzo me l’ha fatta tornare precisamente sulla parte della tibia sotto il ginocchio. Risultato? Un dolore pazzesco che per qualche minuto mi ha fatto teorizzare l’amputazione della gamba come soluzione ragionevole per ridurre il dolore.

Non contento (e non contenta manco lei), settimana scorsa ho ripetuto lancio ed errore, Questa volta il rimbalzo è stato tale che – fortunatamente con la parte morbida del manico – la racchetta m’ha colpito sotto il mento. A questo punto mi trovo a poche ore dalla prossima partita e sono di fronte a un atroce dilemma: o non la lancio più o la scaglio definitivamente ma lontano dai miei stinchi, ginocchia, menti o qualsiasi altra parte del corpo. Oppure… oppure potrei cercare l’espiazione per i miei peccati e riappacificarmi definitivamente con la Grande Famiglia delle Racchette, magari con una forma di catartica autopunizione, una sorta pseudo ‘harakiri tennistico‘. Come insegna il maestro indiscusso del masochismo tennistico: lo zar Mikhail Youzhny da Mosca. Vedere (qui sotto) per credere. Adesso ci penso. E, in ogni caso, comincio a prendere la mira…