Roger Federer ormai ha un conto aperto con i record. L’ennesimo traguardo raggiunto dal fuoriclasse svizzero sono state le mille vittorie in carriera, ottenute a 17 anni dalla prima, quella contro Guillaume Raoux a Tolosa nel 1998. Lo svizzero ha toccato le quattro cifre sconfiggendo domenica Milos Raonic nella finale di Brisbane, e intascandosi così pure il primo titolo dell’anno e l’83° in carriera. Solo altri due giocatori precedono ora Roger nel numero di match vinti nell’Era Open, iniziata nel 1968: Jimmy Connors a quota 1253 (dura raggiungerlo…) e Ivan Lendl (1071, obbiettivo non complicato se Federer giocherà il 2015 e il 2016 come l’anno appena conclusosi).

Oltre al primato in sé, è stato incredibile il modo in cui Roger l’ha ottenuto: dopo un primo match difficoltoso contro John Millman, l’elvetico s’è tolto un po’ di ruggine delle vacanze e ha giocato in crescendo, riuscendo a domare in finale anche il miglior Raonic mai visto, dimostrando una mobilità invidiabile anche da chi ha dieci anni (e molte vittorie) meno di lui.

Nell’entusiasmo che ha invaso il web (sì, i giocatori che esprimono un tennis brillante tendono a piacere alla gente comune di più rispetto a computer e muscolari), molti hanno subito lanciato la candidatura del campione di Basilea come favorito per gli Australian Open, che partiranno tra una settimana. Da una parte è vero che la condizione e il tennis mostrato da Roger a Brisbane sono stati di primo livello. Dall’altra è vero pure che, per uno che le 33 primavere le ha scavallate da qualche mese, non sarà facile ripetersi sotto il sole cocente di Melbourne giocando tre set su cinque e non due set su tre. Per completare il quadro ricordiamo comunque che nello Slam si può comunque godere di un giorno di riposo tra una partita e l’altra e che, per giocatori come Federer, le sfide diventano impegnative generalmente dagli ottavi in poi.

A ‘spingere’ Roger nella posizione di favorito per gli Australian Open è stato anche l’inizio d’anno deludente in singolare dei suoi due principali antagonisti sulla strada del 18° Slam, ovvero Novak Djokovic e Rafael Nadal, eliminati anzitempo a Doha. Qui però – anche al netto del discorso dei tre set su cinque – ci sono diverse attenuanti. Nole ha perso da quella specie di lanciamissili travestito che risponde al nome di Ivo Karlovic, uno che, quando ci giochi contro, oltre alla racchetta dovresti portarti in campo pure uno scudo per respingerne le bordate di servizio. E due set su tre, contro uno che batte così, bastano un paio di punti sbagliati per perdere la partita. Rafa ha invece mostrato un ritardo di condizione normale per uno che un paio di mesi fa è stato operato di appendicite, dopo un 2014 nel quale aveva già giocato poco tennis a causa di infortuni vari. Tre set su cinque e un po’ più di forma nelle gambe e vedrete che Nole e Rafa torneranno a fare paura.

Senza contare che qui stiamo facendo i conti senza l”oste’ Stan Wawrinka, ovvero il campione in carica degli Australian Open. In una prima settimana Atp entusiasmante per gli Svizzeri, l’amico di Roger ha bissato il titolo in India a Chennai, seppure in un torneo con un campo di partecipazione tutt’altro che stellare: Stan era l’unico top ten in tabellone e in finale ha sconfitto lo sloveno Aljaz Bedene, numero 156 in classifica.

Anzi, già che ci siamo, fuori con le percentuali di vittoria per gli Australian Open 2015: Djokovic 25%, Nadal e Federer 20%, Wawrinka 15%, Murray e Nishikori 10%. E poi? Avete presente Dante, quello di “Lasciate ogni speranza voi che entrate”? Ecco, magari non giocava né si riferiva al tennis ma come pronostico per tutti gli altri c’ha azzeccato con qualche secolo d’anticipo.