Sono le otto di una domenica mattina di inizio autunno. Inevitabilmente la nebbia si attarda nel cedere il posto a una giornata serena perché, se sei a pochi passi da Po nella bassa più bassa della Pianura padana tra Mantova e Ferrara, la nebbia deve fare il suo sporco e poetico lavoro. In questa foschia leggermente accennata è tutto un brulicare di ciclisti di ogni età, provenienti da tante città del Nord e del Centro Italia, che si affaccendano a tirare giù le loro bici da macchine, furgoncini o pullman. Tutti si stanno preparando alla partenza di una Gran Fondo, una delle tante che permettono ai ciclisti che durante la settimana si allenano per conto loro o con gli amici di misurarsi con i colleghi che ogni giorno come loro attraversano le strade della nostra penisola.

L’Associazione sportiva Pievese di Pieve di Coriano, un paese di poco più di 1.000 abitanti in provincia di Mantova, ha organizzato la 1a Gran Fondo sulla Strada del tartufo mantovano, valida per il Campionato italiano cicloturistico per Società Uisp 2013. Tre circuiti: il più corto da 30 chilometri, l’intermedio da 58, il più lungo da 94. Si parte “alla francese”, nel senso che esiste una finestra di tempo nella quale si può iniziare la corsa, non un momento preciso perché alla fine non conta il tempo di percorrenza ma vince la società Uisp che porta più concorrenti all’arrivo. E’ uno scenario da Ligabue, inteso come Antonio il pittore che più di tutti ha legato la sua opera alle rive del Po e come Luciano il cantante che meglio di tutti racconta malinconia e fascino delle strade che attraversano la nostra pianura. E infatti, all’arrivo, sarà proprio la musica della rock-star di Correggio ad accogliere i ciclisti.

Le uniche salite sono quelle che portano sull’argine del grande fiume. Pochi metri di dislivello ma dopo 90 chilometri a 35 di media si fanno sentire anche quelle. Il gruppone della partenza – circa 700 ciclisti – si affila presto. I più veloci iniziano a fiutare il “treno” giusto e creano una piccola fuga collettiva. Ci sono dei colossi che, a vederli, dovrebbero fare una fatica bestiale a muoversi e invece proprio in virtù della loro massa in pianura riescono a tirare come degli specialisti della cronometro. Lungo queste stradine di campagna si vede di tutto. Con una temperatura ancora pungente, un signore che a vederlo dimostra 80 anni pedala sulla sua Bianchi d’epoca con una tenuta da Giro degli anni ’50. Maglietta con bande orizzontali e cappellino di una volta, quando pochi indossavano i caschi. Maniche corte e pantaloni sopra le ginocchia, leggermente incurvato sul manubrio in uno sforzo silenzioso. Commovente. Gli passi a fianco e pensi a Coppi, Bartali e alle strade bianche. In gruppo non manca la franchezza: “Sei grasso”, dice in dialetto lombardo un corridore sulla cinquantina a un coetaneo piuttosto corpulento che risale il plotone, forse valutando questo gesto come un atto di lesa maestà nei confronti di chi sta facendo l’andatura. Per fortuna il destinatario del complimento sui chili di troppo non sente.

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Si attraversano paesi ancora addormentati e campagne coltivate intensamente ma poco abitate perché un tempo lì erano le piene del Po a dettare legge. Al primo rifornimento dopo 30 chilometri non si ferma nessuno, al secondo allestito oltre il 60° chilometro quasi tutti prendono un tè caldo e una fettina di crostata. Non è la fatica a fare la differenza, ma due ragazze molto carine che attirano le attenzioni dei ciclisti più intraprendenti. “Dove andate? Venite a vedere che belle”, urlano due di loro che si piazzano dietro la tavolata di legno con cibo e bevande e iniziano a servirsi il tè da soli dal pentolone per attaccare bottone. Sale la stanchezza, ma non basta a spegnere gli entusiasmi extra-sportivi. Qualcuno scatta su un cavalcavia senza una spiegazione logica. Verrà ripreso poco dopo e si vede che ride da solo come se stesse pensando: “Ma perché ho fatto quella sparata? Che figura”.

Gli ultimi chilometri del percorso sono i più belli perché si snodano lungo l’argine che costeggia il Po, a quel punto soleggiato e fonte di mille riflessi. E’ una visione di natura laboriosa perché il fiume è punteggiato da casotti, piccole industrie, centrali idroelettriche e imbarcazioni attraccate ai pontili. Ma, in mezzo alle costruzioni umane, prevalgono comunque il verde degli alberi e la lentezza delle anse. A questo punto basta una salitina per perdere contatto. “Quanto manca?”, chiede un vicino di pedalata per valutare se vale la pena continuare a mantenere l’andatura dei battistrada. “Appena tre chilometri”. Allora si può tenere duro perché il traguardo è in vista e sul rettilineo finale qualcuno si abbraccia per festeggiare l’arrivo di una corsa che fondamentalmente non ha classifica.

Ma il premio più bello è l’atmosfera che si respira intorno nelle strade di Pieve di Coriano e la soddisfazione degli organizzatori dell’As Pievese (premiazioni effettuate da Francesco Moser). La palestra adattata a ristoro sembra l’immagine di un’Italia lontana: le signore che danno da mangiare come alla Festa dell’Unità, i cartelloni sponsorizzati Unipol da una parte, le insegne del Pd dall’altra, le locandine che annunciano le serate con le orchestre del liscio. Le chiacchiere tra sconosciuti che hanno condiviso un tratto di strada accomunati da una grande passione. E una chiesa magnifica al centro del paese, Santa Maria Assunta, danneggiata dal terremoto del maggio del 2012 e riaperta dopo appena sette mesi di restauri. Questa Italia, simboleggiata da un paese che ha tre piazze e le dedica a Filippo Turati, Antonio Gramsci e Aldo Moro, non la piega nessuno. In una domenica mattina d’autunno Pieve di Coriano è la capitale del ciclismo più vero e della parte più bella del nostro Paese.

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