Ciao Vuja, probabilmente non raggiungeremo mai il tuo sublime sarcasmo ma continueremo, nel nostro piccolo, a provare da queste pagine, a prendere in giro il gioco del pallone, a dissacrarlo, a sgrezzarlo di quella pesantezza con cui lo soffocano tutti quei personaggi tristi che lo prendono troppo sul serio.

Promesso.

Buon viaggio.

INTERISMI

di Max Multatuli

maxmultatuli_65x79

No Erick, non ci siamo proprio.

Io te l’avevo detto che a San Siro non ti ci dovevi far vedere. E invece eccoti là di nuovo, a portare jella alla squadra. Maporcapupazzaporca.

Che uno si perde un sabato sera spumeggiante per guardarvi giocare. Mi ero già organizzato in casa il torneo di Forza 4 e avevo fatto importare dall’Italia spuma e chinotto per tutti i partecipanti. Poi, niente, mi ricordo che il nostro campionato di Serie A prevede che ogni tanto le partite si giocano in giorni strambi e ho cancellato tutti i piani.

Niente torneo di Forza 4, sostituito da tanta, tantissima sofferenza in streaming su rojadirecta.

Inter-Napoli. Uno 0-0 che sta strettissimo a entrambe le squadre. Che il palo di Inler se lo ricordano tutti perché alla fine, ma gli erroracci sugli ultimi 20 metri dell’Inter per tutta la partita fanno più male. Fanno sicuramente più male agli interisti deboli di cuore, ma anche al tavolo di casa e al mio pugno, per i colpi che c’ho dato per ogni cross sbagliato di Nagatomo e D’Ambrosio. Che il Vesuvio li lavi entrambi.

Due punti buttati. Come tanti altri in questa stagione balorda fatta di reparti che funzionano a giorni alterni.

Questa volta difesa straordinaria, con Ranocchia e Andreolli supereroi, e attacco inguardabile, con Icardi che fa rimpiangere la bambola gonfiabile con la quale ho avuto la mia prima storia d’amore, sicuramente più espressiva, e con Hernanes che doveva ispirare profezie e si è ridotto, per i 75 minuti in cui, dicono, era in campo, a recitare banali avemaria.

Due punti buttati quando tanto non gliene frega più niente a nessuno che i giochi son fatti da mo’. Resta solo il dispiacere di non aver potuto dare una lezione a Rafa Benitez.

Nei giorni della morte di due grandi uomini e allenatori, ci stava uno scappellotto a quel piccolo ommenniente.

 

MILANISMI

di Marta Baudo

martabaudo_65x79

Ammetto che la Roma di quest’anno sia un altro pianeta rispetto al Milan. Tanto di cappello davanti alla rete che apre le marcature di Pjanic, un gol da grande giocatore… quasi un Mosè tra le acque. Ma reagire poco o niente all’1 prima e al 2 a 0 poi fa molto male. Neanche la voglia di provarci.

Una partita senza storia, si è capito subito che er Pupone & c. correvano e giocavano ad altri ritmi.

Il filotto rossonero s’è eclissato nel momento clou, sul più bello.

Questo lungo weekend romano era ovviamente celebrato più per la canonizzazione dei due Papi che non per Roma-Milan… tant’è vero che abbiamo giocato prima del grande evento che ha catalizzato tutti gli ascolti.

Ma non mescoliamo il sacro con il profano. Roma caput mundi.

L’appeal del match all’Olimpico era di tenore modesto. La nostra sconfitta tiene aperta, un minimo sindacale, la lotta al vertice e il mio collega Dodo è costretto ad aspettare ancora un po’ per festeggiare uno dei loro noiosi tituli. Senza questa Juve, la Roma di Garcia avrebbe vinto facile lo scudo: qui lo dico e non lo rinnego.

L’Europa s’allontana e il Toro ci supera, come non succedeva dalla notte dei tempi, a tre giornate dalla fine, Andy dixit. E’ proprio un’annata stramba! Me ne dovrò fare una ragione; la formichina rossonera rallenta e gli altri non stanno a guardare!

Il Milan intanto cambia i connotati e i punti di riferimento: l’intervista a Balotelli nel post partita ne è l’esempio lampante, dopo la penosa prova in campo. A Roma è mancato centrocampo, attacco, inventiva, anche se dobbiamo dare a Gervinho quel che è di Gervinho.

Compleanno senza dono dalla squadra quindi, ma attendo pronto riscatto con regalo all’ultras che c’è in me, il weekend post benedizione papale. I regali di compleanno sono graditi anche a scoppio ritardato… Kakà e chi andrà in campo lo abbia ben chiaro. Qua non si scherza affatto.

Non riconosco più i capisaldi dello stile rossonero. Dove andremo a finire tra rumors in campo e fuori!

Cuori forti all’arrembaggio!

 

JUVENTISMI

di Edoardo Pavesi

edoardopavesi_65x79

Il mio pezzo di oggi si svolge come mi avevano insegnato a fare coi temi alle elementari, quelli che iniziavano con una premessa, poi avevano uno svolgimento e si concludevano, giustamente, con una chiusura. Solo che per fare un dispetto alla mia maestra delle elementari, che non mi era per nulla simpatica, nel mio pezzo di oggi premessa, svolgimento e conclusione non avranno nulla in comune tra di loro!

La premessa infatti è quasi doverosa, ed è tutta per quel simpatico francese che risponde al nome di Garcia e che di professione beve troppi spritz al bar sotto casa a Testaccio: perché provocare gli avversari ci può stare, anzi, fa parte del gioco ed è anche divertente, ma mancare di rispetto ai colleghi o alle altre squadre no, mai. Dire che contro la Juve le “piccole” non si impegnano è fortemente irrispettoso, soprattutto detto da uno che nello scontro diretto ha preso 3 pere. Inizi a impegnarsi lui per primo e a fare (almeno) 93 punti in un campionato, poi potrà parlare. Forse.

Passando alla partita di questo lunedì, forse decisiva, porto invece alla ribalta due nomi su tutti: Carlitos Tevez e Fernando Llorente. Sì, sempre loro. Credo sia giusto parlare ancora una volta di loro due per un banale fatto numerico: lo scorso anno abbiamo fatto 87 punti, quello prima 84, quest’anno siamo già a 93 e potremmo arrivare anche a 100. La differenza di questi 15/20 punti? Semplice, negli anni passati si segnava quasi solo coi centrocampisti, Vidal, Pirlo, Marchisio, Asamoah e via dicendo, e le nostre punte quali Matri, Vucinic e compagnia bella chiudevano con importanti bottini tipo 7 reti, 9 quando proprio andava bene. Quest’anno invece ci sono loro due, 20 gol l’argentino, 15 il basco, 35 in due in 35 partite. Come dire che con loro in campo si parte da 1-0 per noi. Mi mancavano due punte, mi mancavano proprio!

Ed eccomi alla chiusura, che come detto forse non c’entra nulla o forse in realtà c’entra più di tutto il resto. Ieri è morto Vujadin Boskov e io non ero così triste per la morte di uno “sconosciuto” dalla scomparsa di Lucio Dalla. Il motivo è più o meno lo stesso, sono pezzi di infanzia che se ne vanno.

Boskov, al di là di essere irrimediabilmente simpatico e un buonissimo allenatore, appartiene infatti ai ricordi di quello che è stato il mio primo calcio, che è un po’ come il primo amore, più bello degli altri semplicemente per questo: erano le elementari, gli anni del calcio guardato alla tele (poco) e giocato ovunque (tanto), erano gli anni delle figurine Panini e di Holly e Benji, quindi era sempre e solo calcio.

E a 90′ minuto c’era sempre questo signore che mi sembrava vecchissimo e che parlava in maniera strana, sia come accento, che come contenuti. A modo suo già allora mi pareva un genio. Pacato, educato, signorile, in quegli anni ha vinto uno scudetto e una coppa coppe con la Doria e poi ha perso una finale di coppa campioni al minuto 115 contro il Barcellona. Me la ricordo come l’avessero giocata ieri sera. Avevo 11 anni, ne sono passati 22, ma non me la dimenticherò mai quella partita assurda come non mi dimenticherò mai di Vujadin Boskov, uno che vedeva autostrade dove gli altri vedono sentieri.

 

GRANATISMI

di Cristiano Girola

cristianogirola_65x79

E adesso?

Qualche settimana fa vi avevo prospettato un maggio finalmente libero da paturnie calcistiche. Dopo anni infami, avevamo sognato insieme un mese fatto finalmente di weekend al mare, biciclettate all’aperto, brunch fino a metà pomeriggio, fidanzate felici.

 

E invece niente. Dimenticate tutto. Tocca aggrapparsi ai drappi granata per altre tre domeniche. Che qui si rischia grosso, gente.

Si rischia di finire in Europa, quella che l’ultima volta che noi altri ci siamo andati, non in vacanza, si chiamava ancora CEE e dovevi cambiare le lire all’aeroporto.

 

Ieri allo stadio si cantava “Torneremo ad Amsterdam” e io avevo i lucciconi.

Sarà che non avendo avuto molte altre cose da ricordare nel frattempo, rivedevo perfettamente nella mia testa la prima volta che venne cantata, a cuori intatti e orgoglio sfrontato, nella prima partita casalinga, subito dopo quella maledetta finale con l’Ajax.

Era il 1992.

Sarà che quando andammo in Intertoto con Camolese, in piena estate ero allo stadio a guardare Torino-Villareal. Finì male, al ritorno.

Era il 2002.

Sarà che ultimamente lo sport nazionale più diffuso dopo il calcio è proprio parlare male dell’Europa e di tutto ciò che la riguarda, e a noi piace fare i bastian contrari.

 

Ma questa Europa la vogliamo, cazzo se la vogliamo. Quest’anno vogliamo andare ad agosto in qualche posto sperduto della Moldavia a giocare su un campetto di sassi, non a ballare a Ibiza. A giocare – ed essere eliminati dai moldavi di cui sopra – con quattro sbarbati della Primavera, perché Cerci e Immobile (ammesso e non affatto concesso che almeno uno dei due resti) saranno in vacanza post Mondiali.

Ma chissenefrega, prendiamocela intanto. Poi vediamo.

 

O almeno sogniamola per altri 20 giorni.

Che poi vi racconto come finirà davvero il campionato, invece.

A dire il vero sono indeciso tra due possibili finali.

 

Il primo è più realistico: in Europa ci va il Milan. Vi devo spiegare perché e per come?

Ripassatevi il finale di campionato dell’anno scorso e lo sprint Champions dei rossoneri contro la Fiorentina…

 

Il secondo sembra improbabile, ma è tipicamente granata: il 18 maggio il Toro conquista la qualificazione all’Europa League. Caroselli per la città, lacrime, Cairo promette rinforzi incredibili, Immobile e Cerci giurano eterno amore al Toro rivelando che loro, in realtà, ne sono stati entrambi tifosissimi fin da piccoli, ma per scaramanzia non l’avevano mia detto.

Una settimana dopo ci sono le elezioni europee. Vince Grillo, che manda affanculo la Merkel, Platini, Cristiano Ronaldo, Ibrahimovic e porta l’Italia fuori dall’Euro e dall’Europa. La Uefa per rappresaglia esclude le squadre italiane dalle competizioni continentali.

 

Tutte tranne la Juventus, ovviamente.